Principali mutamenti del tessuto produttivo nazionale nel periodo del miracolo economico italiano

Durante gli anni del boom economico Italiano, ovvero tra gli anni cinquanta e settanta del Novecento, l’Italia è stata interessata da un fenomeno di forte crescita economica, dovuto, sia al favorevole contesto storico internazionale nel quale il Paese si colloca sul piano economico-politico, sia dalle scelte effettuate dalla classe dirigente dell’epoca.


L’Italia dal 1946 attraverso il programma UNRRA (United Nations Relief and Rehabilitation Administration) e dal 1948 attraverso il “Piano Marshall” ha ricevuto degli aiuti economici, principalmente nell’invio di beni materiali, che sostennero l’economia e riuscirono a far ripartire la produzione industriale. Il problema principale, di questo contesto storico, non era causato dalla ricostruzione dell’apparato industriale, quanto, dalla mancanza di materie prime e di valuta per le importazioni. Il piano economico Tremelloni tra il 1948 e 1952 garantì, attraverso un’attenta programmazione, che tutte le risorse e gli sforzi di investimento venissero collocati nella ripresa e il rilancio della produzione industriale.

Immagine tratta da: F. Fauri, L’Italia e l’integrazione economica europea, il Mulino, 2006


L’Italia, nel giro di vent’anni, ovvero dal 1951 al 1971, conobbe un’intensa crescita economica che portò a una trasformazione irreversibile del suo tessuto economico-produttivo e che collocò l’economia dello Stivale all’interno dell’economia di mercato. Ciò fu possibile anche in virtù dell’adesione al GATT (General Agreement on Tariffs and Trade), della creazione attraverso il Trattato di Parigi del 18 aprile 1951 della CECA “Comunità Europea del carbone e dell’acciaio” e della creazione attraverso il Trattato di Roma del 25 marzo 1957 della CEE “Comunità Economica Europea”.


Ma questo boom, in realtà, non fu un’assoluta novità! Infatti, l’Italia, nella sua storia, aveva già conosciuto un avvicinamento al centro del sistema economico internazionale durante l’età Giolittiana (1901-1913), quando sperimentò alti tassi di crescita nei settori tecnologici e dunque registrando un “take off” (secondo gli studi dell’economista inglese W.W. Rostow che nel 1950 elaborò una teoria della crescita economica basata su un sistema di stadi sequenziali) e dunque un vero decollo.


L’Italia sperimentò così, negli anni del suo miracolo economico, il reale aggancio al centro del sistema economico mondiale. Per comprendere quanto fu importante il miracolo economico, serve l’ausilio dei numeri: nella tabella si può osservare l’incremento di Pil tra il 1950 e il 1970 in rapporto al Pil degli Stati Uniti, leader economico mondiale.


Immagine tratta da: E. De Simone, Storia economica, Franco Angeli, 2012


Le scelte politiche di attuare un’economia mista con un profondo intervento dello Stato in piena ottica neokynesiana sostennero lo sviluppo dell’industria meccanica e rilanciarono l’industria siderurgica attraverso il piano Sinigaglia. Il piano, che prese il nome da Oscar Sinigaglia, ingegnere e industriale italiano, varato nel 1948, prevedeva un forte aumento della capacità produttiva della siderurgia nazionale. Prendiamo ad esempio un caso esplicativo: lo stabilimento Genova-Conigliano venne rilanciato e fu introdotta l’integrazione verticale delle lavorazioni a Piombino e Bagnoli.


In particolare, negli anni compresi tra il 1955 e il 1969, i diversi mutamenti interessarono il tessuto produttivo italiano e in particolare nel settore secondario. L’industria, così, si diffuse territorialmente, seppure in maniera non omogenea, su larga parte dello Stivale.


La prima fase dell’industrializzazione aveva riguardato soprattutto il triangolo industriale Milano-Genova-Torino. In questo periodo, “la seconda rivoluzione industriale”, coinvolse le regioni limitrofe, mentre nel Meridione furono rilanciati alcuni grandi poli industriali. Nel 1960, non a caso, ci fu la nascita del polo siderurgico ILVA di Taranto, che creò 43.000 posti di lavoro al suo apogeo nel 1981.


La specializzazione settoriale dell’industria, rivolta sia all’esportazioni che alla soddisfazione della domanda interna, cambiò anche il volto delle aziende italiane. Si produceva di più e meglio, con una variegata diversificazione della produzione. Si creò, poi, una vera e propria cultura imprenditoriale e si iniziò a discutere di formazione e ricerca.


In questo contesto storico, una sensibile crescita delle infrastrutture, influenzando il Paese in toto, migliorò i collegamenti tra le zone produttive dell’Italia. Di conseguenza, questo fenomeno, unitamente a un’imponente crescita occupazionale, contribuì al processo dell’emigrazione dalle zone agricole del Sud alle periferie industriali del Nord Italia.


Questo fenomeno alimentò ulteriormente un aspetto peculiare italiano del boom economico, ovvero la manodopera a basso costo. L’afflusso continuo di forza lavoro prevalentemente giovane e povera, quindi disposta ad adattarsi alle dure condizioni lavorative, garantì alle industrie di mantenere basso il costo del lavoro. Questo incremento dei profitti, si trasformò in molti casi, attraverso l’impulso agli investimenti, in produzione, compiendo così un circolo virtuoso che rendeva il capitalismo industriale italiano del miracolo economico estremamente dinamico nel suo processo riproduttivo.


Anche in questo caso ci avvaliamo dell’ausilio di una tabella, per meglio comprendere il profondo cambio della produzione industriale che interessò il tessuto produttivo dell’Italia.


Immagine tratta da: Fauri, Battilani, Mezzo secolo di economia italiana (il Mulino)


È utile sottolineare, però, che non tutti i settori conobbero la stessa spinta evolutiva. Infatti, l’agricoltura subì un effetto contrario, con un fenomeno tipico dell’industrializzazione e dell’urbanizzazione, vale a dire l’“abbandono delle campagne”.


Possiamo affermare, quindi, che nella prima fase del miracolo economico Italiano, ovvero negli anni dal 1955 al 1963, il basso costo del lavoro, unito alla stabilità dei cambi garantita dal dollar standard, funsero da volano per la crescita delle esportazioni italiane. Dunque larga parte della produzione industriale veniva distribuita fuori dal territorio nazionale proprio in virtù dei relativi bassi costi della produzione stessa e della stabilità negli scambi.


Nella seconda fase del “boom economico”, tra gli anni 1964-1969, una società profondamente cambiata e divenuta “società dei consumi di massa”, fece crescere la domanda del mercato interno in maniera esponenziale. Una volta, quindi, che le esportazioni iniziarono a non crescere più, fu proprio la domanda interna a sostenere la produzione industriale.


In questo periodo, infatti, vi furono le prime pressioni sindacali che portarono, all’interno di un’ampia discussione, avviata già dal 1952 da Giuseppe Di Vittorio che denunciò l’urgenza di ottenere una legge quadro sul mondo del lavoro, al famoso autunno caldo del 1969 e all’approvazione della legge 20 maggio 1970 n. 300, detta anche Statuto dei lavoratori. Questa fase segnò il passaggio delle forme di welfare aziendale a quello statale.


Durante la fine degli anni 60 ci fu un vero e proprio rallentamento del boom economico e a questa variazione dei prezzi e dei salari si unì un aumento incontrollato del costo delle materie prime energetiche a causa della crisi petrolifera del 1973, quando in risposta alla guerra dello Yom Kippur, i Paesi arabi aderenti all’OPEC, decisero di aumentare i prezzi del petrolio.


L’Italia, Paese da sempre povero di materie prime, tentò già negli anni del boom economico una propria autonomia energetica importando la tecnologia dagli Stati Uniti, rilanciando l’Agip e attraverso la nascita e l’espansione dell’Eni di Enrico Mattei. Ma questa scelta fu contrastata anche a livello internazionale e gettò non poche ombre sull’incidente aereo in cui lo stesso Mattei rimase vittima nel 1962.


Anche il contesto internazionale mutò, il Presidente statunitense Nixon abbandonò di fatto il dollar standard.


Questi furono i due principali motivi della fine di un’età che modernizzo l’Italia rendendola una potenza industriale di riferimento e che modificò il tessuto sociale, politico ed economico del Paese tanto nella capacità produttiva quantitativa, che in quella qualitativa.


La produzione industriale non poté più solo contare sulla mano d’opera a basso costo per la realizzazione del profitto, ma attraverso un’innovazione incrementale e la nascita dei distretti industriali collocati in territori a cui erano fortemente legati, tipica degli anni dal 1950 al 1970, la produzione italiana iniziò, proprio alla fine del boom economico a poter contate su una cura e una percezione dei propri prodotti distintiva con il resto dell’Europa.


Grazie a questi mutamenti nacque e si diffuse il concetto di “Made in Italy”.


di Alessandro Lorenzo

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