Il velo delle informazioni sul Covid nasconde guerre e violenze

In Occidente sono ormai due gli anni in cui il Covid è l’unico argomento che pare interessare a tutti, ma continua ad accadere tanto altro. Ciò di cui non si parla e non si scrive, per esempio, sono le guerre mai cessate in Iraq e Siria, anche a causa del coinvolgimento di un partner europeo come la Turchia.


È il fatto contingente più vicino a tutti i cittadini e le popolazioni, senz’altro merita attenzione e informazioni. Purtroppo, però, il Covid non è l’unica calamità che il mondo vive e continua a vivere, le guerre e le violenze, infatti, continuano ad essere perpetrate. È ciò che accade in Iraq e Siria, territori che non conoscono pacificazione e giustizia, anche per mezzo delle mani libere lasciate dall’Europa alla Turchia di Recep Tayyip Erdoğan.


In Iraq, è sempre più alta la tensione tra la comunità ezida di Sengal e il governo centrale iracheno guidato dal primo ministro Mustafa al-Kadhimi – ex capo dei servizi segreti –, appoggiato dagli Stati Uniti. Nel secondo anniversario del martirio di Ş. Zerdeşt şengali – comandante dell’YBŞ – Unità resistenti di Sengal – assassinato dalla Turchia nel 2020 – l’Amministrazione autonoma aveva preparato una statua in suo onore da erigere in città. Tuttavia, l’esercito iracheno l’ha prima intercettata e sequestrata, riconsegnata agli ezidi a seguito di proteste, per poi rimuoverla poche ore dopo. Ad aggravare la situazione, dopo questi eventi, un veicolo dell’esercito iracheno ha attaccato uno scuolabus, in un schianto che ha provocato la morte di due studenti.


Sebbene lo Stato Islamico venga considerato sconfitto nella sua struttura, le cellule dell’Isis continuano però la loro opera violenta nei territori curdi. Infatti, cellule nere hanno attaccato la clinica della Mezzaluna Rossa curda (Heyva Sor a Kurd) – associazione internazionale attiva dal 1993 – all’interno del campo di Al Hol. In questo attacco, un infermiere di 26 anni, Basim Mihemed, è rimasto ucciso. L’Amministrazione autonoma curda e le forze democratiche siriane (Rojava) continuano nelle operazioni di messa in sicurezza del territorio e promuovono percorsi di reinserimento sociale per i detenuti di Daesh (il nome arabo dell’Isis) allo scopo di limitare la pressione sul campo. Ciò però non è sufficiente a proteggere i civili dalle operazioni di supporto della Turchia alle cellule jihadiste, rendendo così impossibile qualsiasi stabilizzazione e agevolando la riorganizzazione dell’Isis.


L’attacco al campo di Al Hol non è però l’unico di questi giorni portato avanti da Daesh, con sempre maggiore violenza. L’esercito nero si è reso artefice di un assalto alla prigione di Ghweiran (distretto di Hasakah), nel nordest della Siria, provocando almeno 25 morti, il più grave degli ultimi tre anni. A riferire tali notizi è l’Osservatorio siriano per i diritti umani, che comunica anche di violenti scontri, nel carcere, tra miliziani jihadisti e le forze di sicurezza curde. L’osservatorio ha poi informato sulla completa presa di controllo dell’Isis, che pure incontra una strenua resistenza armata da parte delle forze di sicurezza e delle unità antiterrorismo curdo-arabe, con numerose vittime tra le fila di queste ultime.


Quanto sta accadendo a Ghweiran, è la prova di quanto l’Amministrazione autonoma del nord-est siriano denuncia da tempo: la cosiddetta Comunità internazionale ha abbandonato i popoli di quei territori, non ha gestito le migliaia di prigionieri jihadisti, ora liberi di creare le basi per la rinascita dell’insorgenza nera. Come se non bastasse, l’operazione di Daesh è sostenuta e favorita dall’invasione turca ancora in corso dal 2019 e dalla guerra a bassa intensità che Erdogan prosegue contro le comunità curde su entrambi i lati del confine turco-siriano.


Benché le istituzioni europee e nazionali non se ne occupino, anche quest’anno si terrà la “Lunga Marcia”, svolta tradizionalmente da oltre vent’anni per chiedere la libertà del leader curdo Abdullah Öcalan. Il luogo della manifestazione sarà la Francia, da Sierentz a Strasburgo, e sarà l’occasione per inviare un messaggio agli Stati europei che cooperano con la Turchia militarmente, politicamente ed economicamente. Così facendo, l’Europa contribuisce alle violenze e al genocidio del popolo curdo, come ha sottolineato il comitato organizzatore della marcia in un appello lanciato ai giovani europei.


A tanti potrebbe sembrare che il mondo si sia fermato ed esista solo la pandemia, ma non è affatto così. In Medio Oriente e in tanti altri parti della Terra si continua a morire di stenti, violenze e guerre, proprio come accadeva prima che gli abitanti di questo pianeta venissero travolti dal Covid. L’Occidente continua a difendere i propri interessi, come è sempre stato, dimenticando ciò che accade altrove, dimenticando i morti e le famiglie vittime dell’oppressione violenta di forze terroristiche e, come nel caso della Turchia, ritenute democratiche ma che di democratico non hanno nulla.

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