Guerra alle mafie per le armi*

*Articolo realizzato da Andrea Angelo Caputo, nell'ambito del Progetto "Crescere informando", presentato da Camera a sud APS e finanziato dalla Regione Puglia, a valere sull'Avviso Pubblico “BELLEZZA E LEGALITÀ PER UNA PUGLIA LIBERA DALLE MAFIE” – POR PUGLIA 2014-2020 Asse IX.


CATANZARO – “Non succederà adesso, ma a bocce ferme. In questo momento le armi servono per fare la guerra, non per fare baratti. Alla fine delle ostilità chi avrà bisogno di armi andrà a comprarle a prezzi da outlet, come già accaduto in Bosnia. Quando la ‘ndrangheta ne ha avuto bisogno, è andata in Bosnia a comprare armi, le ha comprate dalla mafia pugliese oppure le ha barattate con la cocaina”. Così il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, sul rischio che l’enorme giro di armi ed esplosivi, mitra, bombe, missili anti carro, arrivati in Ucraina, possano in qualche modo finire nel circuito della grande criminalità organizzata internazionale, dove la ‘ndrangheta la fa da padrone.


A Reggio Calabria 5 persone arrestate perché ritenute vicine alla cosca Facchineri di Cittanova e San Giorgio Morgeto, nell’ambito di un’inchiesta per associazione mafiosa, estorsione, trasferimento fraudolento di beni, ricettazione e detenzione ai fini di spaccio di ingenti quantità di droga.       

                                                                                     

L'indagine ha preso il via grazie al coraggio di un imprenditore di San Giorgio che gestiva una struttura alberghiera sequestrata nell'aprile 2018 perché ritenuta frutto dei proventi illeciti della cosca "Raso-Gullace-Albanese".  

                          

L’imprenditore era tornato in Calabria dopo diversi anni passati nel Nord Italia ed aveva rilevato un ristorante di San Giorgio Morgeto, suo paese d’origine. Poco prima di prendere la gestione, era stato avvicinato dagli indagati che, sfruttando il grado di infiltrazione della cosca Facchineri nel tessuto economico di Cittanova, gli avrebbero prima imposto di acquistare prodotti alimentari e bevande da una società di fatto gestita dai capi del sodalizio e, dopo, lo avrebbero costretto a subire la loro "protezione" ambientale, attraverso il pagamento del "pizzo" o l'instaurazione di rapporti di assunzione del personale.

Diventa il primo a commentare